Pomodori e fragole: lotte migranti nelle campagne

Quando “ci scappa il morto”, le parole hanno il suono di un giradischi rauco. Prima che “quel corpo” fosse costretto a saggiare la mira di precisione di un braccio assassino, “quel corpo” era una vita, e forse più vite insieme. Soumaila Sacko, mio coetaneo dalla pelle nera senza maschere, era un uomo umano, “regolare” secondo il dispositivo della legge che definisce il limen tra la “regolarità” e la “irregolarità”, “irregolare” secondo un senso comune coloniale e colonialista che fa dello straniero l’emblema del nemico esterno che minaccia e mina l’integrità di una comunità puramente immaginaria. Lo straniero che aiuta altri stranieri a recuperare lamiere per una baraccopoli abitata da stranieri viola il settimo comandamento nell’Italia dei Salvini e dei Fontana che si riscopre più cattolico-integralista che ai tempi di Wojtyla e della sua difesa delle radici cristiano-giudaiche dell’Europa indifendibile, incapace di risolvere i problemi che il suo stesso funzionamento produce, ipocritamente odiosa come ebbe a denunciare Césaire nel suo Discorso sul colonialismo nel lontano 1950, lo stesso anno della Dichiarazione Schuman spacciata come pietra miliare del processo di costruzione dell’Europa unita senza che ad alcuno sia mai venuto in mente di “processarne” la colonialità. L’Europa sarà in grado di proseguire nella realizzazione di uno dei suoi compiti essenziali: lo sviluppo del continente africano. I padri fondatori pensarono di rifondare l’Europa dopo lo scempio della guerra con un sovrappiù di colonialismo.Dieci giorni fa sono stata al cinema, ho visto Caina, un film potente. Ogni battuta meriterebbe di essere trascritta. Caina è una donna, di professione trovacadaveri. Raccoglie i cadaveri dei migranti naufragati e li rivende all’industria di Stato che li trasforma in materiale edile, una specie di cremina liquida che finisce nelle betoniere “per uscire mattone”. Lo Stato scioglie i morti nel cemento in nome del profitto e della profittabilità della morte dell’altro. Mentre scrivevo queste poche righe le agenzie di stampa battevano la notizia dell’abbandono in mare di dodici corpi di migranti che la Trenton, unità navale della sesta flotta statunitense, aveva recuperato insieme a quaranta superstiti, salvo poi consegnarli al cimitero del Mediterraneo essendo sprovvista di celle frigorifere atte a conservare cadaveri. I morti sono l’industria del futuro tuona Caina nel film. Kater I Rades, Isola dei Conigli 3 ottobre 2013, Canale di Sicilia 18 aprile 2015: naufragi, vite disperse in mare, morti e morte. Concludessero altrove la loro crociera: diventa arrogante e beffarda la preghiera meschina di un malconcio salvatore della patria che chiude i porti in nome di una Nazione alla riscossa “non più zerbino d’Europa”. Nel giorno in cui la nave Aquarius attracca al porto di Valencia, in Spagna si moltiplicano le piazze della protesta contro il “capitalismo razziale ed il patriarcato coloniale”, le piazze della lotta e della solidarietà a sostegno delle “migranti marocchine”jornaleras de Huelva, raccoglitrici di fragole schiavizzate e violentate nei campi che oggi fanno vibrare “l’altro significato della palabra mora”, della parola delle donne moras che in Spagna si battono contro lo sfruttamento sui luoghi di lavoro, i dispositivi della Ley de Extranjería ed il razzismo istituzionale di fronte al silenzio e all’inazione delle Ong e all’impunità delle imprese che traggono vantaggi da un’economia schiavistica. Tenerife, Almería, Jijón, Bilbao, Melilla, Barcellona, Madrid, Salamanca, Granada, Málaga cantano  Mujer marroquí: resistencia y dignidad  contro l’alleanza coloniale tra patriarcato e capitale ( e l’ipocrisia di un certo femminismo blanco che assegna alla donna musulmana la parte della sottomessa velata che si piega all’autorità del padre, del marito musulmano al tempo stesso infoiato e sessualmente represso). Il “protagonismo migrante” , in Spagna e Italia, riparte dalle campagne, dalle tendopoli-ghetto, dalla messa in stato d’accusa del salario della bianchezza e della nuova economia schiavistica delle piantagioni che, reggendosi sul bondage capitalistico, mercifica le brown/black lives trasformando le persone , per dirla con le parole di Daina Ramey Berry, in “beni scambiabili, realizzati e pronti per il mercato”. Broad is de Road dat Leads ter Death: col Nero, volendo seguire il ragionamento di Fanon, comincia il ciclo biologico di un corpo economico da cui si estrae plusvalore anche se cadavere necropoliticizzato. Chi salderà questo debito di sangue?

In disordine sparso

I guasti del tempo presente impongono una riflessione. Negli Stati Uniti il mese di febbraio è ricononosciuto come  Black History Month, non una Pasqua accademica ma 28 giorni di studio e riappropriazione di una storia, spesso dolorosa, che continua a fare i conti con l’irrisolta questione delle racial inequalities,  con la colonialità del discorso razzista e razzializzante che fa della razza, come scrive l’indomita Angela Davis, “a marker of criminality”. Il 3 febbraio sulla rubrica Sunday Review del New York Times  Daina Ramey Berry, storica ed autrice di un libro straordinario The Price for Their Pound of Flesh. The Value of the Enslaved from Womb to Grave, in the Building of A Nation (2017), scrive

The topic of slavery features prominently in each February’s reflections on African-American history. But when it comes to this darkest time in our country’s past, experts are still discovering horrors that have not yet made their way into history books. One shocking fact that’s recently come to light: Major medical schools used slave corpses, acquired through an underground market in dead bodies, for education and research (…) Over several years, I’ve studied what I call the domestic cadaver trade and its connection to 19th-century medical education. The body trade was as elaborate as the trans-Atlantic and domestic slave trade that transported Africans to the New World and resold African-Americans on our soil. But when enslaved people died, some were sold again and trafficked along the same roads and waterways they traveled while alive. The domestic cadaver trade was active, functional and profitable for much of the 19th century

Il 3 febbraio 2018 la “tentata” strage razzista di Macerata è divenuta in Italia terreno di un battage mediatico-politico indecoroso: a destra l’ordine del discorso securitarista  ha imposto la condanna del gesto di un folle, mitigata dall’infamante attenuante “dell’invasione e dell’immigrazione incontrollata che portano allo scontro sociale”, da sinistra, in maniera confusa e sconnessa, sono partiti ingenui inviti alla calma e fiotti d’accuse contro quanti stanno costruendo la campagna elettorale per le legislative nazionali sulla demonizzazione dell’altro, Nero e pure Marrò, sulla criminalizzazione della condizione migrante. L’ineffabile Ministro degli Affari Interni subito si è precipitato a dichiarare “nessuno cavalchi l’odio razziale”, senza che dubbio alcuno lo sfiori sulla reale dimensione razzista delle politiche migratorie che negozia coi Paesi terzi, su mandato dell’Unione Europea, seguito ma spesso anticipato dall’omologo francese. Nessuna parola di solidarietà per le persone colpite dai proiettili, nessuna personalità politica negli ospedali del maceratese a sincerarsi delle condizioni di salute di cittadine e cittadini di Paesi altri che ora sono nel nostro, e non per questo meritano un tagliando di ultima classe nella gerarchia del diritto. Il Mediterraneo è stato trasformato in un bacino lacustre di morte, al 2 febbraio l’International Organization for Migration ha conteggiato 343 persone morte, che si vanno ad aggiungere a quelle del 2014 (3279 cadaveri), del 2015 (3771 cadaveri), del 2016 (5000 cadaveri), del 2017 (3100 cadaveri) per un totale, secondo le statistiche ufficiali, di 15493 vite affogate nel Mediterraneo, nella nostra indifferenza, nella nostra cattiveria. Stiamo costruendo l’Europa unita sui cadaveri, sulla marchetizzazione della morte degli altri in nome della nostra sicurezza, della sostenibilità del nostro welfare. Siamo oltre il necropotere, la nuda morte. Sulle rive della nostra disumanità i cadaveri ci guarderanno passare

per leggere l’articolo di Daina Ramey Berry,

Dall’audizione secondo Marco (Minniti)

Alcune perle ministeriali e le mie riflessioni smerigliate

« l’immigrazione è questione cruciale nella storia del mondo, è fenomeno che non va subito né inseguito. Va governato tenendo conto ( e tenendo insieme, come nella migliore tradizione delle grandi democrazie del mondo) dei diritti di chi fugge, di chi scappa dalle guerre, e del sentimento del nostro popolo». Governare le traiettorie delle vite degli altri è un’attività estremamente pericolosa specie se si continua a dipingere il migrante come una sorta di fuggiasco, fuggitivo, individuo che vive “alla macchia”, disertore di coscienza nazionale,un Archiloco che getta lo scudo e rifiuta di immolarsi sul chiacchiericcio retorico della dolcezza della morte per la patria. Governare pensando di bilanciare diritti che non risentono della mollezza del tempo che passa, ed il sentimento di un popolo-accozzaglia retto dalla propria mutevolezza, è allarmante

snocciolare lezioso di dati FRONTEX, ribattezzata Agenzia per la sicurezza esterna, presumibilmente dell’Unione Europea (anno 2016)

« Rotta balcanica occidentale: -84%, rotta balcanica orientale : -72%, rotta Mediterraneo centrale : +18%». La statistica non è scienza neutrale rispetto agli assetti di potere materiali e simbolici. È esercizio di potere, è esercizio per nulla innocente di sapere-potere. È norma avvitata sulle vite degli altri.

– lamento trenodico sul meccanismo inceppato delle “relocations” data «l’evidente indisponibilità ad accogliere i migranti» palesata dagli altri Stati Membri dell’UE. Qui i commenti si sprecano. Non si confa ad una democrazia il gioco dell’oca con i corpi degli altri.

– riferimento criptico al film di Wim Wenders Doppio Movimento ( titolo originale: Falsche Bewegung ) per enucleare l’altrettanto criptica strategia dell’Italia in materia di “governo delle migrazioni” innervata su due assi: 1) lavorio diplomatico per chiedere un cambiamento nell’approccio dell’Unione sulla questione, 2) elaborazione di « una forte iniziativa nazionale dell’Italia che ci renda più forti nella capacità di affrontare il dossier migrazioni in sede europea. Multilateralismo e forte agenda nazionale per tenere insieme il sentimento di un popolo». Multilateralismo ed egoismo dal 1861.

– primo schema per un “approccio pragmatico alla questione”: «lavorare per contenere i flussi, affrontare il tema per quello che è». La ragione della guerra fredda genera ancora mostri.

– i soliti rigurgiti colonialisti : «l’Africa è lo specchio dell’Europa. Se l’Africa cresce, l”Europa sta meglio. Se l’Africa non si stabilizza, l’Europa non starà bene. Punto cruciale è l’interlocuzione strategica con l’Africa perché è appunto lo specchio dell’Europa. Parte significativa delle politiche migratorie si svolge al di fuori dei confini nazionali e pertanto il ruolo della Libia è cruciale». Tracce di hegelismo razzista nel gioco degli specchi. Settanta volte sette gli anni delle nostre disgrazie.

Italia path finder nei suoi rapporti con la Libia, paese ben lungi dall’essere stabilizzato Italia paese apripista nei rapporti più ravvicinati con le realtà più critiche del Nord Africa. Italia pronta a finanziare le politiche di sicurezza, coesione sociale e rispetto dei diritti umani in Libia, Paese che i trafficanti di esseri umani vogliono trasformare in uno Stato fallito e che i trafficanti di politiche spicce vogliono trasformare nella torre di controllo delle frontiere di un non meglio specificato Sud. Meno Pascoli, più Leopardi

– rompere il vuoto dell’attesa: esentare i richiedenti asilo dalle lungaggini processuali italiane eliminando un grado di giudizio. The new Italian job.

– «utilizzare i richiedenti asilo per lavori di pubblica utilità, non ci saranno conseguenze per la competitività sul e del mercato del lavoro, non è un lavoro, non saranno pagati». Braccia sottratte all’ozio della vostra cattiveria per la maggior gloria del vostro popolo.

«E non saranno rifiutati, come merce avariata, al primo approdo; e non saranno espulsi, come masnadieri, alla prima loro protesta; e non saranno, al primo fallo d’un di loro, braccheggiati inseguiti accoppati tutti, come bestie feroci».

Così Pascoli sprecava il calamo nell’augurio concitato per gli italiani della Guerra di Libia, vincitori sulle popolazioni neghittose di nomadi ed africani scalzi, oggi come allora, rifiutati al primo approdo nell’ hotspot della territorialità galleggiante dell’impensato della razza, espulsi e criminalizzati, bestializzati dall’alterigia di un mare nostrum espropriato perché non condiviso, cimiterizzato, mare monstrum tra le piaghe della colonialità .

l’Aspromonte del dolore

Calabria, un Sud già periferia di se stesso,

Melito di Porto Salvo, lenza di terra aggrottata tra le propaggini ultime dell’Appennino calabro, quadri di di vergini marie miticamente raccolte sulla rena greganica che parla la lingua resistente del greco antico, i Mille che vi sbarcarono appiccicati all’idea stramba di Italia, Magna Graecia sfatta ieri e calpestata oggi: nessun porto salvo per una ragazza tredicenne abusata, usata, tacitata, corpo vinto dall’odio, cuore infartuato dalla violenza. Tredici anni e la morte nel petto, sedici anni ed una vita da riprogrammare. Giovane figlia di un pezzo d’Italia ibernato nella mostruosità delle sue pratiche perverse che non concedono alcuna bellezza all’amore  e all’eros, sconti il peso di colpe non tue: sconti l’abominio vigliacco del potere di ndrangheta, sconti la paura e l’ignoranza del chiacchiericcio di paese, la desolazione di anime mai pronte alla ribellione. Sei molto di più della tua storia dolorosa: sei fatta di coraggio e di speranza, hai patito il martirio dello stupro in una terra votata ai santi sacri e profani, e NON TE LA SEI CERCATA. L’onore è nella libertà, non nella schiavitù della violenza, men che meno nel giudizio stolto di stolte genti.

“Qui comando io”

Michel Foucault, uomo straordinario, una volta, alla domanda su quale fosse l’obiettivo politico del gruppo d’informazione sulle prigioni, rispose che quel particolare collettivo voleva restituire la parola ai detenuti ( all’epoca nelle carceri francesi vivevano i sans papiers, i migranti che avevano perso il lavoro e con esso il permesso di soggiorno regolare nel territorio dell’ Exagone, i ribelli della stagione di lotte operaie e studentesche, i militanti regionalisti, gli omosessuali francesi e stranieri costretti a prostituirsi ) non già per proporre una prigione ideale, e che lui, personalmente, “percepiva l’intollerabile”nel sistema della repressione e nella condizione carceraria dei detenuti politici e di droit commun. Quasi un ventennio più tardi Gayatri Spivak pose l’interrogativo intelligente Can the Subaltern speak?, non a torto si potrebbe ritenere che se   Foucault fosse stato vivo forse avrebbe portato alle estreme conseguenze il ragionamento dell’autrice di Una critica della ragione post-coloniale affermando che i subalterni non solo dovevano rivendicare il diritto di parola ma soprattutto esercitare il diritto alla parrhesia, al parlare franco senza i filtri della colonialità che tutto tacita per raccontare la vita degli uomini infami, gli stessi che nell’estate 2016 al confine italo-francese su una scogliera di un Mediterraneo in rivolta subiscono gli insulti triviali di ” pubblici ufficiali” che intimano ad un giornalista che sta filmando la scena di ” andar via e di non voltarsi nemmeno” e ai primi di ” andare a fare in culo, bastardi, pezzi di merda”  senza disdegnare di assumere la posa imperiosa di chi è pronto a far roteare il manganello se non riceve ubbidienza ricordando ai rifugiati/ richiedenti asilo/ migranti che camminano tra gli scogli che su quel lembo di terra stretto tra l’autostrada ed il mare sono loro a “comandare”, è il potere poliziesco dell’Italia a dettare le norme di condotta, le traiettorie da seguire, a scandagliare i filari dell’esistenza umana dell’Altro. “Ventimiglia non sarà la Calais italiana”, questo il tono della precisazione stonata del Ministro degli Interni italiano. Una ” jungle” italiana sarebbe impensabile, così come sarebbero impensabili migranti che si ribellano allo zoo umano e spirituale dei CIE o scappano dai CARA, preferendo la nuda vita tra le tende piantate sulla sabbia per il camping tra la burocrazia e gli stereotipi degli Europei solerti nell’additare quegli accampamenti di fortuna come prova schiacciante del grado di “selvatichezza ” , come vera icona della condizione selvaggiamente tribale e nomadica dei popoli non-europei. Il neotribalismo come griglia d’intellegibilità dei costumi migranti è l’ultimo, in ordine di tempo, vizio dell’orientalismo che opera nella dicotomia della differenza tra un polo positivo ( l’Occidente col suo Illuminismo e la sua filosofia politica del cogito cartesiano e del rogito del contratto) ed un polo negativo ( l’Oriente/l’Africa col suo ancestralismo di passioni frustrate ma esuberanti e con le sue pulsioni alla teologia religiosa anti-secolarizzazione ). Il neotribalismo è una condanna al pari delle scelte e delle politiche sbagliate dell’Occidente ( Europa, Stati Uniti ed Australia –   un’isola magna pensata come  colonia penale che ha trasformato le isole di Nauru e Manus in offshore della tortura per richiedenti asilo provenienti da Afghanistan, Iran e Sud-est asiatico). Non è possibile governare le migrazioni perché la ricerca di una vita migliore non può essere affidata alla tecnocrazia dei governi né piegata da discutibilissime ragioni di Stato.

Primi passi

Eduardo Mendieta, filosofo, ha scritto ” modernità è il nome esopico attribuito ad un violento processo storico nel corso del quale colonialismo, genocidio ed ecocidio hanno camminato mano nella mano insieme ad altri due fatti fondamentali: la conquista spirituale dei popoli che dovevano essere soggiogati e ciò che possiamo chiamare gerrymandering epistemico” contro l’ingenuità imperiosa e saccente di una favola che almeno dal 1492 ha fatto la morale a popoli e continenti che credevano in altri miti presto rubricati come scorie primitive di un’umanità cui fu imposta un’ exit strategy dallo stato di minorità a suon di rinascimenti spirituali, conversioni forzate, déplacements geografici, spoliazioni, disciplinamento dei dispositivi di saperi che non si confacevano alla doxa occidentale. Il gerrymandering epistemico consistette nella manipolazione dei distretti locali di conoscenze altrettanto locali tramutati nel dominio riservato dell’Impero omologante della cultura dell’Altro, invasore nobilitatosi col titolo di conquistatore, ed archeologizzati dalla violenza disciplinare delle incursioni nei mondi di senso degli indigeni da parte dei pirati accademici dell’Occidente: l’Occidentalismo produsse l’Orientalismo quando la malattia etnocentrica credette di poter rendere miope lo sguardo di milioni di occhi chiamati a fare  la riverenza al macroscopio della potenza di fuoco dei bucanieri europei, e disegnare geografie immaginarie sulle mappe di corpi territorializzati su cui  proiettare il proprio desiderio di potenza, quando si convinse che il diritto alla proprietà privata appartenesse solo al più forte perché esistevano terrae nullius abitate da persone giudicate incapaci di valorizzarle, nullità prive della razionalità economica imbastita dai profitti. Potrebbe apparire quasi paradossale il fatto che l’avventura dell’addomesticazione dell’Altro sia stata inaugurata dall’Umanesimo ipocrita pronto ad esportare gli ideali della classicità oltre le colonne d’Ercole. Classicità, ordine, misura, uomo misura di tutte le cose, uomo a immagine e somiglianza di Dio padre onnipotente, razionalità, libero mercato, democrazia: merci pregiate pagate dai tributi di sangue di schiavizzati ed offesi, mutilati dalla storia scritta dai vincitori. Questo blog è animato dal desiderio semplice di decolonizzare il presente: scartare l’ortodossia della storia per abbracciare l’eterodossia dei racconti storici, sminare gli anfratti della colonialità dalle bugie del potere, dragare i campi della condizione umana per raccontare l’indicibile con parole nuove, sperimentare un futuro  aperto sul mondo, le sue ferite non suturate, le sue paure non domate, le sue dignità (non) negoziate, sui sogni stipati della libertà dal telos di una vita già scritta.